Se la caccia parlasse una sola voce ?

Se la caccia parlasse una sola voce ?

Frammentati si muore, uniti si conta? L’utopia (o il miraggio) dell’associazione venatoria unica in Italia

Uniti si conta: se la caccia parlasse una sola voce

Se la caccia parlasse una sola voce? – Di fronte a un mondo venatorio estero compatto e influente, l’Italia schiera un esercito di sigle spesso in guerra tra loro. Cosa succederebbe se i 400.000 cacciatori rimasti parlassero con una sola voce? Analisi politica, sociale e pratica di uno scenario che cambierebbe le regole del gioco.

Se c’è una caratteristica che definisce la caccia italiana contemporanea, oltre alla passione e al profondo legame con il territorio, è la sua cronica, quasi genetica, frammentazione. Tra associazioni riconosciute ai sensi della legge 157/92 e sigle minori, il panorama venatorio nazionale assomiglia più a un arcipelago di feudi che a un fronte comune. Spesso, queste realtà spendono più energie a farsi concorrenza per il tesseramento o a scontrarsi nei tribunali amministrativi che a difendere la cultura rurale dagli attacchi esterni.

Mentre in altri Paesi europei la caccia parla al governo con la forza di un unico interlocutore, in Italia la politica riceve delegazioni separate, portatrici di istanze frammentate e talvolta persino contraddittorie.

Ma cosa accadrebbe se domani mattina, per assurdo, si realizzasse l’utopia di un’unica grande associazione venatoria capace di rappresentare la totalità dei circa 400.000 cacciatori italiani? Mettiamo sul tavolo i pro e i contro di uno scenario che rivoluzionerebbe il rapporto tra la doppietta, la politica e la società civile.

I Punti di Forza: Il peso politico di un unico blocco

L’unificazione sotto un’unica bandiera offrirebbe vantaggi strategici enormi, specialmente nei palazzi del potere.

  • Un peso contrattuale senza precedenti: Quattrocentomila tesserati non sono un semplice numero, sono un bacino elettorale compatto e trasversale. Un’unica associazione avrebbe la forza contrattuale di un grande sindacato nazionale. Di fronte a un Ministro dell’Ambiente o dell’Agricoltura, la richiesta di modifica di un calendario venatorio o la gestione della fauna stanziale non verrebbe più trattata come la petizione di una “corrente”, ma come l’istanza di un intero comparto socio-economico.

  • Centralizzazione delle risorse e difesa legale: Oggi ogni associazione spende cifre considerevoli per difendere i Calendari Venatori dai costanti ricorsi degli uffici legali animalisti. Un’unica regia significherebbe centralizzare i fondi per creare un comitato scientifico e legale di altissimo livello, capace di produrre dati inattaccabili e difendere la caccia nei TAR e al Consiglio di Stato con una strategia coordinata ed efficace.

  • Fine del “cannibalismo” venatorio: Stop alla corsa al tesseramento basata sulla promessa dell’assicurazione più economica o sulle micro-polemiche interne. Le energie verrebbero finalmente canalizzate verso l’esterno.

I Punti di Debolezza: Il rischio del monopolio e il nodo delle specificità

Non è tutto oro quel che luccica. Un monolite venatorio porterebbe con sé criticità strutturali non indifferenti.

  • La perdita delle identità e delle specializzazioni: La caccia in Italia è polifonica. Le esigenze di un capannista bresciano sono radicalmente diverse da quelle di un selecontrollore appenninico, di un cacciatore di cinghiali in battuta o di un cinofilo appassionato di beccacce. Un’associazione unica rischierebbe di “appiattire” queste specificità, scontentando le minoranze o finendo per favorire la forma di caccia numericamente più forte a discapito delle altre.

  • L’immobilismo burocratico: Un’organizzazione da 400.000 iscritti diventerebbe inevitabilmente un enorme apparato burocratico. Il rischio di correnti interne per la leadership, dinamiche poltronistiche e scollamento tra il “vertice romano” e il cacciatore che vive il territorio è dietro l’angolo. Senza la concorrenza di altre sigle, il cacciatore perderebbe il potere di “cambiare casa” se non si sente tutelato.

Il Terremoto Politico: Da “voti da spartire” a interlocutore istituzionale

A livello politico, l’impatto sarebbe radicale. Oggi la politica cavalca la frammentazione venatoria: promette a una sigla, rassicura l’altra e, nel frattempo, spesso non concede nulla a nessuno, applicando il classico divide et impera.

Con un’associazione unica, la musica cambierebbe:

  1. La caccia uscirebbe dalla logica del “colore politico”: Non sarebbe più un tema elettorale di cui appropriarsi per raccogliere le briciole di una fazione, ma diventerebbe un interlocutore istituzionale stabile, al pari delle grandi confederazioni agricole (come Coldiretti).

  2. L’addio ai decreti d’urgenza dell’ultimo minuto: I tavoli tecnici con i ministeri e l’ISPRA non sarebbero più passerelle per sigle rivali, ma sedi di vera concertazione. La politica sarebbe costretta a legiferare con maggiore rigore, sapendo che dall’altra parte del tavolo siede un gigante non frammentabile.

Il Rapporto con la Società Civile: Una rivoluzione d’immagine

Forse il cambiamento più profondo si registrerebbe nel modo in cui la caccia viene percepita dai non cacciatori. Oggi, la frammentazione comunicativa è il tallone d’Achille del mondo venatorio: ogni sigla esce con un comunicato diverso, spesso scritto con toni obsoleti o puramente difensivi, lasciando campo libero alla narrazione anti-venatoria dei media generalisti.

Un’unica associazione avrebbe la forza economica e strutturale per imporre una svolta comunicativa di massa.

Investendo in campagne pubblicitarie nazionali, uffici stampa professionistici e progetti didattici nelle scuole, l’associazione unica potrebbe finalmente spiegare alla società civile il ruolo del cacciatore come bioregolatore e custode del territorio, e non come mero predatore. Si parlerebbe finalmente di gestione faunistica, tutela della biodiversità e contrasto alle zoonosi (come la PSA) con un’unica voce, chiara, scientifica e moderna.

In conclusione

L’associazione unica in Italia resta, per ora, uno scenario da fantapolitica. La storia delle nostre passioni è troppo legata ai campanili e alle vicende personali per pensare a una fusione a breve termine.

Tuttavia, l’analisi di questo modello lancia un monito chiaro a tutto il comparto: se l’unificazione formale è difficile, la coordinazione sostanziale è ormai una questione di sopravvivenza. Fino a quando le associazioni continueranno a remare in direzioni opposte, la barca della caccia italiana continuerà a imbarcare acqua, indipendentemente da quanti cacciatori ci siano a bordo.

di Michele Casale

Michele Casale antropologo – naturalista e collaboro con C&D

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