Intervista alla mamma

Come hai vissuto la passione di papà?
L’ho condivisa, sapevo da quando mi ci sono messa che era cacciatore.

Parlami della prima volta che hai saputo che era cacciatore, la ricordi?
L’ho conosciuto a quindici anni, andava in campagna a prendere i passeracei con la mazzafionda, io nemmeno sapevo che uccelli fossero.
La domenica io andavo a messa e lui, con quest’arma maccheronica, andava per boschi.

Qualcosa di curioso dei tempi?
Amante della natura e allevatore di canarini e verdoni spesso se poco feriti, li curava per poi farli rivolare.

Cosa pensavi?
Che bravo, cura gli animali.

Eravate una coppia bizzarra…
No, ero contenta che non li facesse agonizzare, una semplice ala ferita con un sasso, si poteva curare e così studiava il suo nuovo amico prima di rilasciarlo.

Quando sei andata la prima volta a caccia o in una situazione di caccia?
Dopo i diciotto anni nel viterbese dentro una riserva a caccia di fagiani, camminavo dietro a lui, regole, poi impresse alle figlie, lontani dalla canna, silenziosamente di compagnia.

Che ricordi di quel giorno?
Contenta, emozionata, entusiasta ho definitivamente capito cosa fosse per lui e che nessuno sarebbe stato in grado di toglierla.

Altri aneddoti?
Inizio a ricordare la località, parliamo sempre di prima del matrimonio, San Quirico.
Mi fermavo in una casa di caccia, aspettando il ritorno, coronato da una ricca colazione, nonché da un lauto pranzo, ci trattavamo bene, lasagne, cotolette, patate al forno, sempre presenti, alla fine un dolce.
Sia la mattina che il pomeriggio, durante le cacciate, noi ragazze andavamo per prati in cerca di fiori e verdure, felicissime, giovani, l’importante era uscire di casa.
Eravamo particolari, altre fidanzate non vivevano tutto questo e man mano cresceva l’amore per la caccia pur non essendo cacciatrice.
Di lì ho iniziato a cucinare la selvaggina, mi piaceva sempre più!

Da cosa hai iniziato?
Qui già arriviamo agli anni subito dopo il matrimonio. Tra i primi piatti i torni arrotolati con la pancetta oppure al forno con le patate, non mancavano quelli cucinati alla cacciatora. Seguì il fagiano al forno, sempre con la pancetta e patate, quasi come si fa l’abbacchio ma ottimo anche in brodo, ricetta che appresi in Ungheria, peccato che in Italia ai tempi non c’era la radice di sedano, quindi la ricetta era un po’ rivista.
Continuai ad imparare, finchè da cene in famiglia, si trasformarono in cene tra tanti amici.
Il proprietario di una nota trattoria romana, Nasostorto di Ponte Milvio, sapendo che ero diventata forte, mi mise a disposizione il suo locale. I partecipanti erano tutti amici di papà, compagni di caccia, eccezione per qualche cliente curioso di assaggiare. Il suo guadagno, durante quegli incontri era solo sulle bevande e sul pane. Cucinata a casa, carichi di pentoloni, fettuccine o pappardelle sulle tavole di legno, mi veniva messa a disposizione la cucina per il tocco finale: cuocere la pasta.
I piatti consueti erano: lepre in salmì, fettuccine al ragù, cinghiale per le pappardelle, non rare le fettuccine con i carciofi. La polenta con tordi, passeracei, non mancava nella lista, ai tempi era d’uso e, per rendere il sugo sostanzioso, qualche pezzo di spuntatura di maiale, come da abitudini contadine, quelle del dopoguerra, che dovevano saziare tante bocche.
Un piatto molto richiesto, fu il tordo, infilato dentro una grande patata, scavata per dare posto all’uccellino, un’invenzione che tengo nascosta, comunque di gran successo.
Il numero dei fortunati si aggirava intorno ad una trentina, quasi tutti uomini, fatta eccezione per qualche, molto poche, mogli che partecipano solo al banchetto ma di certo non erano aiutanti.

Anche dopo il matrimonio andavi a caccia?
Calcolando che ho avuto subito i figli, gli impegni aumentarono, quindi, a parte qualche volta rallentai molto.

Non sei mandata con i figli?
Ripeto raramente, ma non dimentico la notte prima che nascessi tu. Subito dopo cena, mi invitò ad uscire con lui, premetto e tengo a ribadire che indossavo delle ballerine.
Quando vidi che uscì dalla città, dirigendosi verso la campagna, chiesi quale fosse la destinazione e la risposta fu “Ti porto in un bel posto”. Arrivammo in una riserva sulla Cassia, in una strada piena di buche e non facile da percorrere, forse non adatta ad una gestante.
Verso le dieci, i primi avvistamenti, un discreto numero di lepri che al sentire il motore dell’auto, iniziano a fuggire in tutte le direzioni.
Continuammo per circa cinque chilometri e la strada non accennava a diventare più percorribile, quindi cercai di invitarlo a tornare a casa. A modo suo m’incoraggiò ma alla fine spiegai meglio che in quelle condizioni, forse non era il caso, Lui felicissimo dell’uscita che mi aveva proposto e degli animali che aveva avvistato, si mise a dormire soddisfatto ma dopo tre ore lo svegliai, sebbene mancasse ancora un mese, sentivo che qualcosa si stava muovendo, alle sette del mattino sei venuta alla luce.
Parto semplice e veloce, per scrupolo chiesi ai medici se quella “passeggiata” avesse influito, assolutamente no, in famiglia si dice che per te fu la prima volta in riserva.
Quando eravate piccole, papà lasciandomi qualche ora libera, vi portava, non di certo a beccacce ma, ad esempio a fagiani o lepri ma quella più simpatica era la caccia ad allodole. Già da casa, iniziavate a discutere su chi doveva tirare lo specchietto, poi sempre la stessa storia, le voci, anche se di bimbe, sicuro, non erano favorevoli in più o tiravate troppo o, una volta, siete riuscite a rompere la cordicella.
Anche sulla pulizia delle canne del fucile, la competizione non mancava, passavate la spazzolina, quella sistemata su una bacchetta, con movimento veloce e stancante, lustrandole, nella convinzione che una lo facesse meglio dell’altra, poi papà, costretto più volte a guardare dentro, dava ovviamente la vittoria a tutte e due.
Soprattutto te, lo seguivi nell’armeria di Ponte Milvio ma dopo due cartucce che ti facevano fare, su tua richiesta, passavi ore in un negozio di giocattoli accanto, molto fornito, morale avrebbe speso meno se si fosse comprato tre fucili, generosa pensavi ai bambini poveri, infatti regalavi tutto.
Popi arrivò il periodo del tiro a volo, piattelli e cartucce diventavano i vostri servizi di piatti e bicchieri, gelose per l’esclusiva, non regalavate e non rimediavate nulla per nessuna.
Lì passavamo intere domeniche, probabilmente a caccia chiusa.

Quante volte hai ingrassato gli scarponi?
Immaginalo, quaranta anni di caccia. Quante valige quando andava all’estero e quanti panini quando andava in Sardegna (anche quarantacinque per tutti, dico per tutti, farciti con cotolette, verdura ripassata, frittate), quanta cacciagione pulita al ritorno.
Nonostante comprasse nuovi gilet, nuove giacche, nuovi pantaloni, confezionati anche su misura, a secondo della stagione usava sempre le stesse cose.

Ho rammendato, soprattutto un paio di pantaloni ed un gilet, migliaia di volte, del gillet diceva che quando imbracciava il fucile, ormai era abituato allo spessore di quello, diciamo che del capo era rimasto ben poco, sono solo toppe e rammendi, parlo di quello che, ancora, conservi, nell’armadio.

La questione cani, nemmeno l’affronto.

Quale caccia amava?
Ogni posto visitato, trovava qualcuno che l’ospitasse, con il tempo ascoltando anche gli amici, ho capito che era un vero amante della natura, cacciatore serio, sul carattere già lo sapevo, di compagnia, allegro, si faceva voler bene.
Se andavamo in Umbria, sul Trasimeno dai miei parenti, la cacciata ci scappava, in Calabria anche l’apertura, in Toscana…
Sicuro amava andare a fagiani, non in riserva ovviamente, alla lepre, quaglie, ma la passione erano pernici, starne e beccacce, quest’ultime le chiamava ”le mie regine”.

Tu cosa amavi?
Beh, sicuro lui e la famiglia.
Avevamo un equilibrio in cui tutto era normale, facente parte del lavoro giornaliero, a lui affidati altri compiti, padre presente, gran lavoratore, marito ideale, mi manca, non lo nascondo, compresi gli scarponi da ingrassare.

Che messaggio hai per le coppie della mia generazione o per quelle ancor più giovani?
Comprensione, adattamento, colloquio, rispetto. Ognuno ha un hobby, una passione, capire loro, cacciatori nati e la loro di comprensione, viene da sé, non rinunciare ai propri momenti, ognuno ha i suoi.

A tutte le mogli, anche se ciò che dico non vuole essere verità assoluta, se li avete sposati cacciatori, non provate a cambiarli ma dovete capirli, accettarli, così la coppia può continuare, c’è il bene e c’è il male, questa è la vita.

Il coinvolgimento dei figli è uguale al qualunque altro coinvolgimento!

Laura Tenuta

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