DDL Caccia: tra ideologia metropolitana e realtà sul campo

DDL Caccia: tra ideologia metropolitana e realtà del territorio

DDL Caccia: tra ideologia metropolitana e realtà del territorio

Quello a cui stiamo assistendo in questi mesi, prima nelle aule del Senato e ora in quelle della Camera dei Deputati, è molto più di un semplice confronto parlamentare sull’aggiornamento delle normative venatorie. Il dibattito attorno al DDL Caccia si è trasformato nell’ennesimo, aspro scontro ideologico, che mette a nudo una frattura culturale profonda e apparentemente insanabile nel nostro Paese: la distanza tra chi l’ambiente lo vive e lo gestisce ogni giorno e chi, invece, lo idealizza da lontano.

Questa contrapposizione netta pone di fronte a una riflessione necessaria e non più rimandabile su come si debbano affrontare le politiche ambientali e la gestione della fauna selvatica in Italia.

La conoscenza empirica contro la teoria

Da un lato della barricata troviamo il mondo rurale e, nello specifico, i cacciatori. Piaccia o no ai detrattori storici della categoria, chi pratica l’attività venatoria possiede una conoscenza del territorio, dei suoi mutamenti e della fauna selvatica che non si apprende sui banchi di scuola. È una competenza empirica, nata dal contatto costante con la terra, dall’osservazione diretta delle dinamiche naturali in tutte le stagioni e dalla consapevolezza delle fragilità di ecosistemi sempre più antropizzati. I cacciatori, in molti contesti, operano come vere e proprie sentinelle ambientali, i primi a registrare anomalie, malattie della fauna o squilibri ecologici.

Dall’altro lato dello schieramento si posiziona invece una fetta di opinione pubblica — spesso supportata da una certa spinta politica — che la natura la vive prevalentemente in modo mediato. Parliamo di chi sperimenta l’ambiente attraverso i filmati documentaristici, i post sui social network o, al massimo, portando il proprio cane a passeggio nel parco pubblico sotto casa.

Il rischio dell’incompetenza nella gestione della fauna

Il problema centrale non risiede nella legittima sensibilità animalista o ambientale di ciascuno, ma nella pretesa di voler dettare le regole del gioco senza possedere gli strumenti tecnici per comprenderne le conseguenze. Troppo spesso, chi vive una dimensione puramente metropolitana pensa di saperla lunga su fenomeni complessi come la proliferazione incontrollata di alcune specie — si pensi alla gestione dei cinghiali o dei grandi predatori — e sulle relative criticità legate ai danni all’agricoltura e alla sicurezza pubblica.

Affrontare queste emergenze richiede un approccio scientifico, pragmatico e gestionale, privo di sconti emotivi. Al contrario, l’approccio ideologico tende a ignorare i dati di fatto e le competenze tecniche, sostituendoli con un sentimentalismo astratto che rischia solo di aggravare i problemi che dichiara di voler risolvere.

La natura non è un romanzo di Salgari

Esiste un divario enorme, quasi antropologico, tra la teoria e la pratica. Una cosa è vivere la natura in prima persona, scontrandosi con la durezza e la complessità dei suoi equilibri reali; un’altra è leggerla sui libri di scuola o confonderla con i racconti d’avventura di Emilio Salgari. La natura non è uno sfondo romantico e immutabile in cui tutto si autoregola magicamente in armonia, specialmente in un territorio fortemente modificato dall’uomo come quello italiano. È un sistema dinamico che richiede interventi di gestione attivi, pianificati e competenti.

Il passaggio del DDL Caccia alla Camera rappresenta un banco di prova cruciale. La speranza è che la politica sappia superare gli slogan demagogici e le visioni parziali, per ridare centralità al pragmatismo, alla scienza e a chi il territorio lo custodisce e lo vive sul campo ogni giorno. La gestione del nostro patrimonio naturale ha bisogno di risposte concrete, non di utopie metropolitane.

GDM / C&D

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