Dal fucile al calamaio – racconti di caccia
Dal fucile al calamaio – racconti di caccia
di Giuseppe De Maria
Dal fucile al calamaio – Il silenzio che precede l’alba ha un peso specifico che solo chi frequenta la campagna conosce. Non è assenza di suono, ma un’attesa vibrante. In quel limbo di luce grigia, il passaggio è breve e netto: si posa il fucile contro il legno vecchio del capanno e si impugna, idealmente, il calamaio. Perché la caccia, prima di diventare gesto, è una pagina scritta nella mente e nel cuore.
La melodia dei passi nel fango
La giornata comincia con il respiro regolare dei cani nel retro dell’auto, quel fremito contenuto che pulsa nei loro muscoli. Non c’è bisogno di comandi urlati. Quando i portelloni si aprono, l’incontro con la terra bagnata è un ritorno a casa. La campagna bresciana, avvolta nella nebbia bassa che fuma dai fossi, si svela un palmo alla volta.
I cani partono. Vedere un ausiliare che allunga la cerca sulla terra arata è come guardare l’inchiostro che si espande sulla carta assorbente: fluido, logico, guidato da una geometria invisibile dettata dal vento. Il cacciatore cammina a passo lento, quasi scusandosi con la terra per quel calpestio. Ogni passo è un segno di punteggiatura in un racconto millenario.
Il rispetto del limite
La caccia moderna non vive di numeri, ma di sguardi. Chi vive la campagna sa che il vero cacciatore è il primo custode del territorio. Si cammina rasente alle siepi lasciate appositamente per dare rifugio alla fauna, si osservano i passaggi, si impara a leggere lo stato di salute di un bosco dal volo di un piccolo passeriforme o dallo stato delle fioriture spontanee.
Poi, d’un tratto, la metamorfosi dell’ausiliare.
Il cane rallenta, il corpo si fa rigido, la coda immobile diventa un prolungamento della spina dorsale. La “ferma” è l’istante in cui il tempo si ferma. In quel secondo infinito, non c’è il desiderio del possesso, ma l’estasi dell’incontro. Il selvatico – che sia una regina del bosco o un fagiano dorato dall’alba – ha concesso al cacciatore il dono della sua presenza.
Cacciare non significa prendere; significa accettare la sfida della natura alle sue stesse condizioni, sapendo che molto spesso sarà lei a vincere. E va bene così.
Quando il selvatico frulla, rompendo l’aria con un battito d’ali che fa battere il cuore in gola, il fucile sale alla spalla per istinto. Ma il vero cacciatore sa anche quando non premere il grilletto. Il rispetto per la nobiltà di quell’animale, la consapevolezza che la sua stirpe deve continuare a popolare queste valli, a volte fa abbassare le canne con un sorriso grato. Un colpo risparmiato è una storia che continuerà domani.
Il ritorno alla pagina
Quando il sole comincia a scendere dietro la linea dei colli, colorando di arancione i rami spogli delle querce, la caccia finisce. I cani, stanchi e appagati, si accovacciano vicino agli scarponi infangati. Il carniere può essere vuoto o contenere un solo, prezioso tributo, trattato con la delicatezza che si deve a una cosa sacra.
È qui che il fucile cede definitivamente il posto al calamaio. La giornata non sfuma nell’oscurità della sera, ma si fissa sulla carta. Le emozioni vissute, il profumo di mentuccia selvatica calpestata, la perfezione della ferma del cane e la maestosità del volo del selvatico diventano parole, articoli, racconti.
Si va a caccia per vivere la natura, si scrive per non dimenticare che siamo parte di essa.
GDM
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