Caccia: il “taglio” dei posti che blinda il potere
Caccia: il “taglio” dei posti che blinda il potere
La Politica del “Fatto Compiuto”: Quando la Legge si Piega per Salvare la Poltrona (e i Cacciatori)
Non è il mondo a dover rispettare le regole, ma le regole a doversi inchinare a come gira il mondo – o meglio, a come gira nei palazzi del potere. L’ultimo colpo di spugna parlamentare arriva dai relatori del ddl Malan, Francesca Tubetti (FdI) e Giorgio Bergesio (Lega), che con l’emendamento 5.0.1000 tentano una manovra di “chirurgia legislativa” tanto sottile quanto spregiudicata sulla riforma della caccia.
L’obiettivo? Blindare la composizione del Comitato Faunistico-Venatorio Nazionale, trasformando quello che era un inciampo giuridico in un pilastro della legge quadro.
Una “Soluzione” per Disinnescare la Consulta
Per capire l’entità del paradosso, bisogna guardare al passato recente. Nel 1992, la legge stabiliva un principio di rappresentanza democratica: un esponente per ogni associazione venatoria riconosciuta. Il centrodestra, con la legge di bilancio 2023, ha resuscitato l’organismo (dopo dieci anni di oblio) accentrando il potere di nomina nelle mani del Governo e riducendo i posti a tavola a soli tre rappresentanti, scelti tra le sigle numericamente più pesanti.
Questa mossa ha scatenato il ricorso di Arcicaccia, culminato con il Consiglio di Stato che ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale. Il sospetto? Una “delegificazione” selvaggia: aver lasciato a un semplice decreto ministeriale il potere di decidere chi ha diritto di parola su temi di portata generale.
L’emendamento Tubetti-Bergesio interviene proprio qui: invece di correggere la rotta per rispettare lo spirito della legge originale, sceglie di scrivere l’anomalia direttamente nella pietra della legge. Se la legge dice che i rappresentanti sono tre, il problema formale evapora. Fine dei giochi, fine dei ricorsi.
L’Esclusione Sistematica e la Fine dell’Alternanza
La criticità non è solo formale, ma profondamente politica e democratica. Scegliendo esclusivamente le associazioni “più rappresentative per numero di associati”, la maggioranza:
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Elimina la rotazione: L’ipotesi di un’alternanza tra le diverse sigle viene definitivamente sepolta.
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Crea un oligopolio venatorio: Solo i “grandi gruppi” avranno accesso diretto al Ministero, tagliando fuori le realtà più piccole ma storicamente rilevanti.
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Sterilizza il dissenso: Chi non siede al tavolo non può incidere sulle decisioni tecniche che regolano l’attività venatoria in Italia.
Tabula Rasa: Il Reset Ministeriale
L’emendamento non si limita a cambiare le regole del futuro, ma fa piazza pulita del presente. Il settimo comma prevede infatti la decadenza immediata dell’attuale Comitato.
Si resetta tutto per permettere al Ministro dell’Agricoltura di nominare un nuovo organismo “su misura”, che resterà in carica per cinque anni. Una blindatura in piena regola che garantisce alla maggioranza una sponda sicura e omogenea per l’intera durata della legislatura (e oltre).
In sintesi: Non siamo di fronte a una riforma per migliorare la gestione della fauna selvatica, ma a un’operazione di protezione politica. Si cambia la legge per rendere legale ciò che i giudici stavano per dichiarare illegittimo.
È la politica che smette di essere guida etica e normativa per farsi scudo burocratico, preferendo la semplificazione del potere alla complessità della rappresentanza. Il messaggio è chiaro: nel nuovo Comitato faunistico, lo spazio per le voci fuori dal coro è ufficialmente esaurito.
C&D
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