Caccia: business o diritto?
Caccia: business o diritto?
Caccia, il bivio della riforma: tra impresa privata e diritto sociale
Dopo la ormai famosa lettera di Paolo Sparvoli sulla morte della caccia sociale, che ha registrato le aspre reazioni di Arci, Federcaccia e Annu, gli animi si sono surriscaldati

Tuttavia, questa visione si scontra frontalmente con il modello italiano della caccia intesa come diritto democratico e diffuso. Mentre i grandi gruppi di pressione legati al mondo agricolo esultano per lo snellimento burocratico, tra i cacciatori cresce il timore che questo sia solo il primo passo per scardinare il limite del 15% del territorio destinato agli istituti privati. La domanda che resta aperta è se l’efficienza gestionale dell’impresa privata saprà convivere con la caccia sociale o se, nei fatti, assisteremo a una progressiva erosione degli spazi pubblici a favore di lobby sempre più influenti.
La riforma, sostenuta con forza da AB Agrivenatoria Biodiversitalia (Coldiretti) e dal CNCN, trasforma la natura di questi istituti: d’ora in avanti potranno essere organizzati come imprese individuali o collettive, anche con finalità agricola.
Se per i promotori si tratta di un “traguardo storico” necessario a superare anni di incertezza fiscale e contenziosi, il provvedimento non manca di sollevare interrogativi. La mossa segna infatti un punto a favore della gestione privatistica del territorio, scatenando la reazione di Federcaccia, Arci Caccia e Libera Caccia, che, seppur in modo diverso, si sono schierate a difesa della “caccia sociale” contro una possibile deriva d’élite del settore, anche se al momento i rapporti di forza sembrano premiare chi ha saputo muovere con più efficacia le leve del lobbying parlamentare. Forse varrebbe la pena riflettere su quanti nei mesi scorsi hanno applaudito il Governo per una riforma vera della Legge sulla caccia, che al momento non è pervenuta e che ora si ritrovano con questo passaggio che fa storcere il naso a tutti.
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