Caccia, la parola alla Consulta
Caccia: la parola alla Consulta – il Ministro può scegliere chi escludere?
ROMA – Non è bastato il Tar e non è stato sufficiente il Consiglio di Stato. La battaglia legale sulla composizione del Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale arriva davanti alla Corte Costituzionale. Al centro del contendere non c’è solo una poltrona o una sigla associativa, ma un principio cardine della nostra democrazia: il limite del potere ministeriale di fronte alla rappresentatività delle categorie.
Il Consiglio di Stato (Sesta Sezione, ordinanza 1336/26) ha infatti sollevato dubbi di legittimità costituzionale sul comma 453 della Legge di Bilancio 2023. La norma finita sotto la lente della Consulta è quella che ha autorizzato il Ministro dell’Agricoltura a ricostituire l’organo consultivo tramite un semplice decreto, escludendo di fatto diverse realtà storiche, tra cui l’Arcicaccia, che da anni porta avanti questa battaglia.
Il “Club dei Tre”: chi è dentro e chi è fuori
Attualmente, il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale vede la partecipazione di sole tre sigle: Federcaccia, Libera Caccia ed Enalcaccia.
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Arcicaccia: La principale voce critica che ha sollevato il caso, storicamente radicata e con una visione gestionale del territorio spesso in contrasto con le sigle presenti. AnuuMigratoristi: Un’altra associazione nazionale riconosciuta che si trova esclusa dal tavolo tecnico. Italcaccia ed Eps: Realtà che, pur avendo il riconoscimento del Ministero, non trovano spazio nel ristretto perimetro disegnato dal decreto attuale.
I due pilastri del dubbio costituzionale
Secondo i giudici di Palazzo Spada, il meccanismo utilizzato dal Governo presenta due criticità che potrebbero minare le fondamenta del nostro ordinamento:
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La “Delegificazione” selvaggia: Il legislatore ha affidato a un atto non normativo (un decreto ministeriale che non ha nemmeno il rango di regolamento) la disciplina di una materia generale e astratta. Questo “salto” burocratico impedisce alla giustizia amministrativa di esercitare un controllo effettivo sull’operato del Ministero, creando una sorta di zona d’ombra legale.
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Il “Potere illimitato” di scelta: La legge attuale concede al Ministro un raggio d’azione considerato eccessivo. Senza parametri legislativi chiari e specifici, il titolare del dicastero può decidere chi siede al tavolo e chi resta fuori. Attualmente, infatti, nel Comitato figurano solo tre sigle (Federcaccia, Libera Caccia ed Enalcaccia), lasciando al palo intere categorie di rappresentanza.
Il rischio di un “sacrificio sproporzionato”
L’ordinanza parla chiaro: l’assenza di criteri certi rischia di generare un “sacrificio sproporzionato” dei principi di rappresentatività, proporzionalità e parità di trattamento.
Se la Consulta dovesse accogliere il ricorso, verrebbe scardinato il sistema che permette a un esponente politico di “disegnare” a proprio piacimento gli organi tecnici che devono fornire pareri su temi delicati come la gestione della fauna e l’attività venatoria. Per l’Arcicaccia e le altre associazioni escluse, si tratta di una questione di democrazia partecipativa: un comitato nazionale non può essere un “club privato” su invito ministeriale, ma deve riflettere la reale articolazione del settore nel Paese.
Cosa succederà ora?
La decisione della Corte Costituzionale sarà decisiva non solo per il mondo della caccia, ma per il futuro di molti altri comitati tecnici ministeriali. Se venisse confermato che il Ministro non può agire in totale discrezionalità tramite decreti “semplificati”, il Governo sarebbe costretto a riscrivere le regole d’ingaggio per garantire il pluralismo.
C&D
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