Caccia ai minimi storici: o si cambia o si scompare
Caccia ai minimi storici: o si cambia o si scompare
Meno di 400mila: la caccia in Italia è davvero a un bivio epocale?
La fotografia scattata dagli ultimi dati sulla stagione venatoria in Italia non lascia spazio a interpretazioni di comodo: la soglia dei 400.000 cacciatori è stata ormai violata al ribasso. Quella che per anni è stata definita una “lenta emorragia” rischia oggi di trasformarsi nell’agonia di una tradizione millenaria.
Mentre in altri Paesi europei e oltreoceano i numeri tengono o addirittura registrano costanti segni positivi — accompagnati da una profonda stima dell’opinione pubblica verso il cacciatore, visto come un vero e proprio custode della biodiversità — in Italia la tendenza sembra drammaticamente inversa.
Perché sta succedendo questo? Quali sono le cause profonde di questo scollamento e, soprattutto, come possiamo invertire la rotta?
Le cause del declino: oltre il ricambio generazionale
Se l’invecchiamento della popolazione venatoria e il mancato ricambio generazionale sono dinamiche demografiche evidenti, esistono fattori specifici del contesto italiano che accelerano questo declino.
1. La frammentazione associativa
La frammentazione in innumerevoli sigle associative ha storicamente indebolito il potere contrattuale del mondo venatorio. Invece di muoversi come un unico blocco compatto di fronte alle istituzioni e alla politica, spesso si è assistito a divisioni interne, personalismi e visioni localistiche. La mancanza di un’unica grande “voce” nazionale rende la difesa dei diritti dei cacciatori frammentata e meno incisiva. Siamo ancora fermi alla divisione fra associazioni riconosciute e non… .
2. Una comunicazione difensiva (e spesso assente)
Per decenni il mondo della caccia ha comunicato quasi esclusivamente al proprio interno. Quando ha provato a parlare all’esterno, lo ha fatto arroccandosi su posizioni difensive. Nel frattempo, la narrazione della gestione faunistica è stata monopolizzata da un sentimentalismo che ignora le dinamiche ecologiche. La figura del cacciatore moderno — formato, tecnico, attento agli equilibri ambientali — non è mai passata nel messaggio mainstream.
3. La palude burocratica e l’incertezza legale
I continui ricorsi ai Calendari Venatori, l’instabilità normativa e l’incertezza dei tempi burocratici scoraggiano chiunque, in particolare i giovani che vorrebbero avvicinarsi a questa pratica. Diventare cacciatore oggi richiede un investimento di tempo, denaro e pazienza che spesso si scontra con una ragnatela di divieti e carteggi infinita.
Il confronto con l’estero: la caccia come valore sociale
In Francia, nei Paesi scandinavi o negli Stati Uniti, la caccia non è percepita come un tabù, ma come una componente essenziale della gestione rurale e della conservazione ambientale. Lì, il prelievo venatorio è strettamente legato al concetto di sostenibilità e valorizzazione della carne di selvaggina (la cosiddetta filiera del cibo selvaggio), un argomento che fa breccia anche nelle sensibilità moderne, attente alla provenienza e alla genuinità delle risorse.
In quei contesti, le associazioni si muovono come moderne lobby trasparenti, capaci di produrre studi scientifici inattaccabili e di dialogare alla pari con i governi e con il mondo della scuola.
Come invertire il trend: le strategie per la rinascita
Uscire da questa situazione richiede coraggio politico e una profonda autocritica. Non basta più lamentarsi, servono azioni concrete.
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Unità d’azione istituzionale: Se la fusione in un’unica associazione è un percorso complesso, l’unità d’azione politica e strategica su obiettivi comuni non è più rimandabile. Di fronte alle sfide europee e nazionali, la caccia deve parlare una sola lingua.
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La svolta nella comunicazione (Caccia 2.0): Bisogna smettere di giustificarsi e iniziare a raccontare ciò che la caccia fa concretamente per l’ambiente: il monitoraggio delle specie, il contrasto alle emergenze sanitarie (come la PSA), il ripristino degli habitat e la prevenzione dei danni all’agricoltura. I cacciatori sono i primi sentinelle del territorio; questo ruolo va rivendicato con dati alla mano e professionalità.
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Investire sui giovani e sulle donne: Il mondo venatorio deve aprirsi a nuove fasce della popolazione, semplificando l’accesso alla formazione, creando percorsi di tutoraggio e sfruttando i canali digitali per raccontare l’etica e la passione della vita all’aria aperta.
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Semplificazione normativa: È necessario lavorare a livello legislativo per garantire certezze ai praticanti. Le regole devono essere rigide e orientate alla scienza, ma applicate in modo chiaro, senza subire i continui colpi di mano di una burocrazia ideologizzata.
Il futuro della caccia in Italia non si decide domani, si decide oggi. I numeri attuali sono un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Solo abbandonando i vecchi schemi del passato e abbracciando una visione moderna, scientifica e aperta alla società civile, potremo garantire che questa straordinaria cultura rurale continui a vivere.
G.DE MARIA / C&D
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