Il Vangelo secondo la Doppietta
Il Vangelo secondo la Doppietta
Nella Bassa Bresciana del 1964, l’inverno non era una stagione, era uno stato mentale fatto di nebbia densa come polenta e un gelo che ti staccava le orecchie senza chiedere il permesso. In quel paesaggio spettrale, dove l’argine dell’Oglio sembrava il confine del mondo conosciuto, si compiva ogni mattina un miracolo che non era riportato su alcun messale.
Alle ore 05:30, mentre il resto della parrocchia dormiva sotto coltri di lana grezza, la porta della canonica cigolava. Ne usciva Don Gregorio. Non usciva in talare, ma con un pastrano verde oliva che puzzava di naftalina e polvere da sparo, e una sciarpa di lana cotta avvolta intorno alla faccia fino a lasciare liberi solo gli occhi, vispi e predatori come quelli di uno sparviero.
Don Gregorio non aveva una Mercedes, né un calesse. Aveva una Legnano nera, cigolante quanto la sua schiena, su cui inforcava con un’agilità sospetta per i suoi sessant’anni. La doppietta Beretta, ereditata dal padre e benedetta più volte (non si sa mai), stava a tracollo, pronta a fischiare la sua melodia metallica.
«Signore, tu hai moltiplicato i pesci, vedi di non fare il tirchio con le anatre stamattina,» sussurrava il prete, pedalando con vigore contro il nebbione che pareva un muro di panna.
Il rito era sempre lo stesso: arrivo sull’argine, bicicletta nascosta tra i rovi, e appostamento nel capanno di canne vicino all’ansa del fiume. Don Gregorio restava immobile, un pezzo di ghiaccio tra i ghiacci. Quando il primo chiarore livido dell’alba bucava la nebbia e il fischio d’ali delle anatre rompeva il silenzio, il prete dimenticava il quinto comandamento per un istante puramente di “passione”.
Bam! Bam!
Due colpi secchi. Il fumo della polvere nera si mescolava al fiato gelato. Don Gregorio sorrideva. «Sia lodato il Creatore, e pure chi ha inventato i pallini del quattro.»
Ma il vero dramma liturgico iniziava alle 08:00. Il tempo stringeva. Se non fosse stato in sagrestia per le 08:25, la Perpetua, la signora Assunta — una donna che aveva la capacità di far sentire in colpa persino il Padre Eterno — lo avrebbe crocifisso sul portone della chiesa.
Iniziava allora la “Cronometro dello Spirito”. Don Gregorio pedalava sulla Legnano come se avesse i diavoli alle calcagna. La doppietta ballonzolava sulla schiena, le anatre morte dondolavano nel carniere sporcando di sangue il pastrano, e il prete imprecava in dialetto stretto ogni volta che una buca rischiava di spedirlo nel fosso.
«Uè, Don Gregorio! Di corsa?» urlava il Berto del mulino, vedendolo sfrecciare tra la nebbia. «Vado a salvare anime, Berto! E a cucinarne un paio col sedano!» rispondeva lui senza voltarsi.
Arrivava in parrocchia alle 08:28, con i polmoni in fiamme e la faccia rossa come un peperone di Voghera. Gettava la bici contro il muro, sfilava il pastrano rivelando la camicia col colletto romano già mezzo sgualcito e correva in sagrestia.
L’Assunta lo guardava con le braccia incrociate, annusando l’aria. «Don Gregorio, sa di fango e di zolfo.» «È il profumo del sacrificio, Assunta! Prendi queste anatre e non fiatare, che stasera facciamo festa.»
Alle 08:30 precise, Don Gregorio usciva all’altare. Era perfetto, solenne, con i paramenti sacri che nascondevano i pantaloni di velluto ancora bagnati d’acqua dell’Oglio. Si faceva il segno della croce e, con un filo di voce roca per il freddo, esordiva:
«In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti…»
I fedeli, ignari di tutto, rispondevano devoti. Solo il sacrestano notava che, sotto la veste, Don Gregorio portava ancora gli scarponi sporchi di melma. E quando il prete pronunciava “Ite, Missa est”, lo faceva con una fretta tale che tutti capivano: il risotto con le anatre non poteva aspettare le lunghe preghiere di ringraziamento. Perché nella Bassa, la fede è importante, ma una buona cacciata è un segno inequivocabile della benevolenza divina.
Tratto da : “I Racconti” di Giuseppe De Maria
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