Il tradimento della cinofilia venatoria da parte dell’ENCI
Il tradimento della cinofilia venatoria da parte dell’ENCI
Con la delibera del 24-25 settembre 2025, che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2026, l’ENCI ha compiuto l’ennesimo passo verso la snaturalizzazione della cinofilia venatoria italiana, imponendo un divieto di prove su selvaggina naturale tra il 15 aprile e il 15 luglio — il cosiddetto “periodo di riproduzione”.
Una misura che, dietro una patina di ambientalismo di maniera, rappresenta in realtà un cedimento ideologico alle pressioni animal-ambientaliste più radicali, che da anni cercano di svuotare la cinofilia della sua essenza: la funzionalità venatoria del cane da ferma, la sua capacità di interagire con l’ambiente, con la selvaggina e con il cacciatore nel rispetto delle regole della natura e della selezione.
Un Ente ricco ma povero di coraggio
Che un Ente come l’ENCI — con oltre 12 milioni di euro di patrimonio e una storia gloriosa che affonda le radici nei tempi del Kennel Club Italiano — non trovi la forza, i mezzi e la volontà di difendere la verità scientifica e culturale della cinofilia venatoria, è semplicemente imbarazzante.
Invece di finanziare studi seri sull’impatto reale delle prove su selvaggina naturale, invece di opporsi con dati e competenza alle semplificazioni ideologiche, l’ENCI sceglie la via più facile: l’allineamento al pensiero unico animal-ambientalista.
Si nasconde dietro il pretesto della “tutela riproduttiva” di una fauna che, nella realtà dei fatti, viene ben più danneggiata da corvi, cornacchie, gazze, volpi, faine, martore, lupi e sciacalli — predatori in costante aumento e spesso non gestiti — che da un bracco italiano, uno spinone o un setter condotti da mani esperte, rispettosi del selvatico e del territorio.
Una regressione culturale
I padri fondatori della cinofilia italiana — gli stessi che hanno costruito la reputazione mondiale delle nostre razze da ferma — si rivolteranno nella tomba nel vedere come il loro lascito venga oggi calpestato da una dirigenza che pare ignorare il senso profondo della selezione funzionale.
La prova su selvaggina naturale non è un capriccio sportivo, ma il cuore pulsante della cinofilia venatoria: serve a verificare la qualità, la passione, il rispetto, l’intelligenza e l’equilibrio del cane da caccia. Limitare o snaturare questo strumento significa uccidere la selezione, trasformando i nostri cani in semplici soprammobili da ring o da show o da altre prove improprie.
Per concludere con grande amarezza
Un appello alla dignità!!!!
L’ENCI, piegandosi a logiche politiche ed ecologiste d’accatto, non esaudisce alla sua missione: difendere e promuovere la cultura del cane da lavoro, che è patrimonio naturale e culturale dell’Italia rurale.
Ciò che servirebbe oggi non è un ente docile e burocratizzato, ma un baluardo della verità tecnico-scientifica e della passione venatoria, capace di rivendicare con orgoglio che il cane da ferma, quando corre su selvaggina naturale, non distrugge la natura: ne è parte viva e nobile.
Per altro non mi potevo aspettare di più da un ENTE NAZIONALE DELLA CINOFILIA ITALIANA che non ha ancora avuto il coraggio di prendere una posizione sul dramma delle predazioni dei cani da parte del lupo!!!
Art. 21 della Costituzione – Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Dr. GIAN CARLO BOSIO
MEDICO VETERINARIO, CINOFILO, ALLEVATORE, CACCIATORE
Riceviamo e pubblichiamo
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