Aziende venatorie: svolta politica senza i tecnici
Aziende venatorie: svolta politica senza i tecnici
ART 16 L. 157/92 – Con la soddisfazion e di Coldiretti che celebra la svolta – Comitato Tecnico Venatorio Nazionale non convocato !
L’approvazione del nuovo status giuridico per le aziende faunistico-venatorie all’interno della Legge di Bilancio, pur essendo stata accolta con favore da Coldiretti, sta sollevando un acceso dibattito per le modalità con cui è stata raggiunta. Al centro delle critiche c’è il mancato coinvolgimento del Comitato Tecnico Venatorio Nazionale (CTVN), l’organo consultivo che avrebbe dovuto guidare scientificamente e tecnicamente una riforma di tale portata.
Un riconoscimento “dall’alto” senza parere tecnico. Nonostante il provvedimento segni la fine di un lungo periodo di stallo per i gestori, il metodo utilizzato è finito sotto la lente d’ingrandimento. Il Comitato Tecnico, che riunisce esperti, rappresentanti delle associazioni e istituzioni scientifiche, è stato di fatto escluso dal processo decisionale.
Secondo i critici, procedere senza il parere di questo organismo comporta alcuni rischi:
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Scollamento dalla realtà scientifica: Le decisioni sulla gestione della fauna richiedono un equilibrio delicato tra economia e biologia, che solo un organo tecnico può garantire.
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Carenza di linee guida: Il passaggio a “impresa” è stato sancito per via legislativa (politica) senza che il Comitato potesse definire i criteri tecnici necessari a bilanciare la redditività aziendale con la tutela della biodiversità.
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Precedente istituzionale: Il mancato ascolto del CTVN viene interpretato da alcuni osservatori come un indebolimento del ruolo della consulenza scientifica nelle decisioni che riguardano il patrimonio faunistico dello Stato.
La posizione di Coldiretti e il paradosso del settore
Mentre Coldiretti celebra la “svolta” come una vittoria per la semplificazione e la dignità degli operatori rurali, una parte del mondo venatorio e scientifico lamenta l’assenza di un confronto. Il paradosso è evidente: da un lato la riforma garantisce finalmente certezze fiscali e operative alle aziende, dall’altro nasce sotto il segno di una frattura istituzionale con gli organi che dovrebbero supervisionare la materia.
Le possibili conseguenze
L’esclusione del Comitato Tecnico potrebbe portare a future difficoltà interpretative. Senza un protocollo tecnico validato dagli esperti, l’applicazione pratica della legge potrebbe generare conflitti tra le esigenze produttive delle nuove “imprese venatorie” e i piani di abbattimento o di conservazione stabiliti a livello regionale e nazionale.
Il “vulnus” normativo: le conseguenze del mancato parere tecnico
L’aver bypassato il Comitato Tecnico Venatorio Nazionale (CTVN) non è solo una questione di protocollo, ma solleva problemi di natura amministrativa e gestionale che potrebbero emergere nel medio periodo.
1. I rischi normativi e i possibili ricorsi
Il CTVN ha il compito di armonizzare le leggi nazionali con le direttive europee e le evidenze scientifiche. L’esclusione di questo passaggio espone la riforma a:
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Contenziosi amministrativi: Le associazioni escluse dal tavolo potrebbero impugnare i provvedimenti attuativi, sollevando un difetto di istruttoria.
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Incertezza nei criteri di gestione: Senza il supporto tecnico, manca una definizione chiara di come una “impresa” debba bilanciare il profitto (derivante dai capi abbattuti o dai servizi offerti) con l’obbligo di conservazione della fauna, che resta patrimonio indisponibile dello Stato.
2. La reazione del mondo venatorio e ambientale
Il fronte degli stakeholder si è spaccato in tre tronconi principali:
| Soggetto | Posizione | Motivazione |
| Coldiretti | Entusiasta | Vede nel riconoscimento d’impresa uno strumento per gestire l’emergenza cinghiali e dare reddito agli agricoltori. |
| Associazioni Venatorie (alcune) | Critiche / Cante | Lamentano lo scavalcamento del CTVN, temendo che la “commercializzazione” della caccia mini il ruolo sociale del cacciatore tradizionale. |
| Associazioni Ambientaliste | Contrariate | Denunciano una “privatizzazione” della fauna selvatica gestita per fini di lucro senza il filtro rigoroso della scienza. |
3. Il nodo della “natura agricola”
Il punto più sensibile riguarda l’equiparazione delle aziende faunistico-venatorie agli imprenditori agricoli. Se da un lato questo permette di accedere ai fondi del PSR (Piano di Sviluppo Rurale), dall’altro il Comitato Tecnico avrebbe dovuto valutare se tutte le attività venatorie possano essere realmente considerate “connesse” all’agricoltura o se si tratti di un settore terziario a sé stante.
4. Gestione vs. Prelievo
Senza il coordinamento tecnico, il rischio è che prevalga una visione estrattiva (prelievo di capi) rispetto a quella conservativa (miglioramento degli habitat). Il Comitato funge solitamente da arbitro per evitare che la pressione venatoria superi la capacità di carico degli ecosistemi.
Quali sono i prossimi passaggi?
Il governo dovrà ora emanare i decreti attuativi per definire le modalità operative di questa “svolta”. Sarà in quella sede che il mancato ascolto dei tecnici potrebbe presentare il conto, obbligando il Ministero a una difficile mediazione tardiva con le Regioni e le autorità scientifiche (ISPRA).
Di: Giuseppe De Maria
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